24.04.26 – 13.00 – L’economia del Friuli Venezia Giulia rallenta e per il 2026 la crescita sarà più debole del previsto. È quanto emerge dal nuovo report sugli scenari economici regionali presentato da Confindustria Udine, che rivede al ribasso le stime formulate all’inizio dell’anno.
Secondo le elaborazioni dell’Ufficio studi, il PIL regionale crescerà dello 0,2% nel 2026, tre decimi di punto in meno rispetto alle previsioni di gennaio. Per il 2027 è atteso un lieve miglioramento, con una crescita dello 0,4%.
A pesare sono soprattutto le tensioni internazionali e il nuovo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente. Il blocco dello stretto di Hormuz ha avuto effetti immediati sui mercati, con un forte aumento dei prezzi di petrolio e gas. Una dinamica che alimenta l’inflazione, prevista al 2,6% quest’anno, contro l’1,5% del 2025.
Per famiglie e imprese del territorio udinese questo significa costi più elevati, minore capacità di spesa e un clima di maggiore prudenza. I consumi cresceranno infatti solo dello 0,3%, mentre gli investimenti, pur sostenuti dal PNRR e dagli incentivi fiscali, rallenteranno all’1,3%.
Anche l’export, componente fondamentale per l’economia friulana, mostrerà una crescita contenuta: +1,1% nel 2026. Pesano la debolezza della domanda internazionale, i dazi e la perdita di competitività sui mercati esteri.
Sul fronte produttivo, l’industria regionale registrerà un aumento marginale dello 0,1%. Le costruzioni rallenteranno al +0,6%, mentre i servizi cresceranno dello 0,2%. Il mercato del lavoro manterrà una sostanziale tenuta: l’occupazione salirà al 69,5%, anche se il tasso di disoccupazione è previsto in lieve aumento, dal 4,6% al 4,8%.
Resta però elevata l’incertezza. Se la crisi in Medio Oriente dovesse protrarsi nei prossimi mesi, il rischio è quello di una fase di stagnazione, con possibili ricadute anche sulle imprese della provincia di Udine, particolarmente esposte ai mercati internazionali e ai costi energetici.
Il presidente di Confindustria Udine, Luigino Pozzo, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di interventi rapidi, soprattutto sul costo dell’energia, che in Italia continua a essere molto più elevato rispetto ad altri Paesi europei. Un divario che, avverte, mette a rischio la competitività del sistema produttivo e la capacità di continuare a investire in innovazione e sviluppo.


