Cose dell’altra Europa: Croazia-Ue-Bosnia, Usa-Serbia, Polonia, Slovacchia-Francia

Balcani Occidentali 

11.02.2021 – 10.11 – Croazia – Ue – Bosnia: Lo scorso 30 gennaio la polizia di frontiera croata ha impedito a quattro europarlamentari italiani, tutti membri del gruppo dei Socialisti e democratici (S&d), di visitare il confine croato-bosniaco, dove sono stati documentati svariati atti di violenza contro migranti e richiedenti asilo. Dopo aver cercato di forzare il blocco, i quattro europarlamentari sono stati anche inseguiti dalle guardie di frontiera.
Perché conta: Questo divieto ha del clamoroso. Bloccare quattro rappresentanti della massima istituzione Ue, venuti apposta per verificare il trattamento che la polizia di frontiera riserva ai migranti che cercano di varcare il confine Ue, equivale quasi a un’ammissione di colpevolezza. La reazione del governo croato, che ha parlato di “provocazione atta a danneggiare la reputazione della Croazia”, ha esacerbato ulteriormente i toni. Secondo le autorità croate, la delegazione avrebbe dovuto varcare il confine nei punti ufficiali, ovvero dove non passano effettivamente le persone accampate in Bosnia. Nonostante le smentite di Zagabria, gli abusi commessi dalla polizia croata contro migranti inermi sono una realtà riconosciuta da numerosi report: sono stati riportati casi di pestaggi, rapine, umiliazioni di vario genere – in alcuni casi i poliziotti croati hanno disegnato con lo spray una croce sulle nuche dei migranti fermati, perlopiù di origine musulmana. Tuttavia, sarebbe naïf e riduzionista indignarsi per queste angherie e puntare il dito contro la Croazia. Come scritto nella scorsa edizione di questa rubrica, l’Unione europea nel suo complesso, e quindi in primis la Commissione europea, ha da tempo rinunciato a gestire i flussi migratori in modo conforme allo stesso diritto comunitario e a quello internazionale. Le intemperanze di alcuni governi nazionali particolarmente zelanti nel sigillare le frontiere esterne del blocco, come Croazia e Ungheria, non sono che la punta dell’iceberg di un nuovo modus operandi, informale quanto collaudato, che non prevede alcuna tutela per le persone migranti. Una delle poche entità che ancora contesta queste prassi disumane e disfunzionali è proprio l’S&d, ma quasi solo per testimonianza e calcolo politico, non avendo molte possibilità di incidere seriamente sull’azione degli attori nazionali.
Per approfondire: Diritto di asilo. L’Europa deve correggere le storture della gestione dei migranti sulla rotta balcanica (Linkiesta)

USA-Serbia: In una lettera di congratulazioni inviata in previsione dell’anniversario della Festa nazionale della Serbia (15 febbraio), il presidente americano Joe Biden ha invitato Belgrado a riconoscere il Kosovo.
Perché conta: Lo scorso ottobre, commentando un messaggio che Biden, da candidato alla presidenziali, aveva inviato ad Albania, Bosnia Erzegovina e Kosovo, Stati abitati in maggioranza da musulmani, questa rubrica sosteneva che “Biden vuole chiarire che, se sarà eletto, gli Usa torneranno a trattare i paesi amici da veri amici”. Ora sta accadendo, la musica è cambiata. Sotto l’amministrazione Trump, la Serbia aveva beneficiato di un trattamento di favore, una novità sull’asse Washington-Belgrado. Il presidente repubblicano, interessato quasi esclusivamente a finalizzare accordi immediati e di breve respiro, aveva frustrato gli alleati tradizionali nella regione, come Albania e Kosovo, scegliendo invece di accogliere le istanze della Serbia, che aveva portato a casa alcuni accordi commerciali molto vantaggiosi. Con dichiarazioni di questo tenore, la nuova amministrazione Usa tiene a segnare un cambio di passo. Resta da vedere se si tradurrà in un semplice ritorno allo status quo precedente, ovvero a una situazione cristallizzata dove Serbia e Kosovo non si riconoscono e si ostacolano a vicenda, o in un aumento della pressione su Belgrado affinché si pieghi ai desiderata americani, riconoscendo l’indipendenza dell’ex provincia meridionale e smettendo di boicottarne i tentativi di aderire agli organismi internazionali. Al momento, la prima opzione pare quella più probabile, poiché il dossier Balcani occidentali non sarà tra quelli più prioritari della Casa Bianca, che quindi difficilmente ci investirà molte risorse (economiche e diplomatiche). Il quadro potrebbe cambiare se, qualora la tensione tra Usa e Cina aumentasse, la Serbia si trovasse obbligata a scegliere da che parte stare, contravvenendo alla sua rodata politica multipolare.
Per approfondireUsa-to garantito: Joe Biden e i Balcani (Limes)

Europa Centrale 

Polonia: Un tribunale polacco ha obbligato due rinomati storici polacchi, Barbara Engelking e Jan Grabowski, a scusarsi per aver sostenuto in una loro ricerca che Edward Malinowski, all’epoca sindaco di Malinowo, avesse estorto dei soldi a una donna ebrea in cambio di protezione e avesse contribuito all’uccisione di altri ebrei. I due accademici erano stati citati in giudizio dalla nipote di Malinowski. Ora dovranno pubblicare sul sito del loro centro di ricerca una dichiarazione in cui si scusano per aver diffuso “informazioni inaccurate” e per aver “infangato la memoria di un onesto cittadino”.
Perché conta: Un altro giorno buio per la libertà accademica, e quindi anche per la democrazia, in Polonia. La denuncia della nipote di Malinowski è stata supportata dalla Lega polacca contro la diffamazione, una Ong filo-governativa nata con lo scopo di sanzionare le critiche alla condotta della Polonia, odierna e passata, e dei suoi cittadini. Nessuna altra nazione europea è così ossessionata dalla memoria storica come i polacchi. L’attuale esecutivo, guidato dai turbo cattolici del Pis, ha raggiunto l’acme di questa ossessione, arrivando a comprare spazi sui parecchi giornali europei per propugnare la propria versione “ufficiale” dei fatti storici altamente controversi avvenuti in Polonia durante gli anni dell’occupazione nazista. Il progetto, lanciato nel 1939 in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’invasione nazista della Polonia, porta il nome autoesplicativo di “Raccontare la Polonia al mondo”, un titolo che sembra uscito dal Ministero della Verità raccontato da Orwell. Anche questo un tentativo governativo di rettificare le “informazioni inaccurate” che i media stranieri pubblicherebbero a proposito della Polonia, per non meglio precisati fini sovversivi. In un quel processo di metonimia cui spesso indugiano le forze ultra-nazionaliste, secondo il Pis, criticare alcuni polacchi e tacciarli di antisemitismo se non di collaborazionismo equivale a portare l’intera Polonia sul banco degli imputati. La politica memoriale è un instrumentum regni primario per il governo polacco. Il fil rouge che lega i vari provvedimenti varati dall’esecutivo in questo campo è la rimozione di tutti gli episodi di violenza a matrice xenofoba o antisemita per far posto a una martirizzazione della Polonia, rappresentata come il Cristo delle nazioni, sacrificata dalle potenze occidentali sull’altare del quieto vivere con la Germania nazista. La commemorazione fastosa di episodi come il massacro di Katyn’, la carneficina sistematica con cui nel 1940 i sovietici eliminarono 20 mila soldati polacchi (specialmente alti quadri), deve servire a corroborare il senso di appartenenza nazionale, così come il lugubre sipario di silenzio che il governo ambisce a calare sulle pagine più disdicevoli della storia polacca. Questo messaggio intercetta il risentimento latente di gran parte della popolazione polacca, che si sente esclusa e anche umiliata dalla “olocaustizzazione” della memoria storica europea, essendo abituata a ritenersi vittima (di Germania e Russia) e non carnefice (di ebrei).
Per approfondireAuschwitz: come la Polonia sta riscrivendo la narrazione dell’Olocausto (Gariwo)

Slovacchia – Francia: La scorsa settimana, in visita ufficiale a Parigi, il premier slovacco Igor Matovič ha elogiato la Francia come il faro “della fratellanza, dell’uguaglianza e della libertà”.
Perché conta: In tempi normali sarebbe mero bon ton diplomatico, uno scambio di cortesia tra due partner Ue. In questo momento questi convenevoli scontati hanno anche un significato più profondo. Come già notato in questa sede in seguito all’assalto di Capitol Hill del 6 gennaio scorso, i governi del Gruppo di Visegrád si stanno preparando a relazionarsi con un’amministrazione Usa molto differente da quella precedente. I governi ungherese e polacco, responsabili di una deriva autoritaria sempre più drastica, non saranno più trattati coi guanti di velluto dalla Casa Bianca. Per quello slovacco, invece, il frangente è propizio. Da tre anni a questa parte, la Slovacchia, che paradossalmente fu il paese che si democratizzò più tardi dopo la caduta del comunismo tra i quattro dell’Europa centrale, si è fatta paladina della democrazia liberale, regime politico non proprio di moda nella regione, dove Polonia e Ungheria continuano indefesse a promuovere modelli normativi. Le elezioni, nell’arco di nove mesi, di Zuzana Čaputová a presidente (giugno 2019) e di Matovič a primo ministro (marzo 2020), hanno segnato la fine del lungo regno dei socialdemocratici e del loro longevo leader, Robert Fico, più volte accostato a Viktor Orbán. La nuova classe dirigente slovacca ha legato Bratislava a Berlino, aggiungendo alla compenetrazione economica anche una convergenza politica. La Slovacchia di Čaputová e Matovič aspira a distanziarsi dai vicini e a proiettarsi come una democrazia moderna, di stampo occidentale, ispirata dal modello francese. Offrendosi ai partner Ue come un interlocutore affidabile in una regione ribelle.
Per approfondireOndata di democratizzazione. La Slovacchia è diventato lo Stato meno euroscettico del gruppo di Visegrad (Linkiesta)

s.b