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giovedì, 18 Giugno 2026

“La linea dei mirtilli” di Paolo Rumiz: un sismografo d’inchiesta tra l’Europa di ieri e quella di oggi

La diretta video tra Paolo Rumiz e Angelo Floramo organizzata dalla casa editrice BEE per affrontare i temi del reportage in riferimento alla situazione dell'Europa di oggi

La domanda costante è: perché è accaduto.
Paolo Rumiz si è posto questo dubbio per tutto il suo percorso nei Balcani, raccolto nel reportage “La linea dei mirtilli”, un viaggio tra inchiesta e letteratura, e riproposto dalla casa editrice Bottega Errante in una nuova edizione con la prefazione di Demetrio Volcic e un’introduzione di Paolo Rumiz. Il reporter ne ha discusso insieme ad Angelo Floramo in una diretta organizzata dalla casa editrice a fine marzo, con la volontà di fare luce sulla situazione attuale che l’Europa sta vivendo nella guerra dell’Ucraina partendo da spunti di riflessione che lo stesso Rumiz ha costruito e prima ancora vissuto direttamente nel suo lungo viaggio nella terra dei Balcani, terra dimenticata o considerata altro da noi. Ma non solo: i temi affrontati hanno abbracciato l’intera cultura dell’Est come parte reale della nostra Europa, passando dal Montenegro, Bosnia, Ucraina e anche Russia.

La linea dei mirtilli, pag. 318, €18Grazie alla sua esperienza di giornalista reporter, Paolo Rumiz ha dato una lettura obiettiva della nostra situazione attuale, ricordando la nostra diffidenza verso l’Est in generale, ma anche verso l’Ucraina di qualche anno fa, dimenticata e omessa dai giornali e ad oggi idolatrata, nella classica dinamica mediatica che porta alla “demonizzazione dell’aggressore e alla santificazione dell’aggredito“. La discussione su “La linea dei mirtilli”, ha affrontato in generale il tema dell’Europa di mezzo, come la chiama Rumiz, in riferimento a tutta la parte orientale dell’Italia dove culture diversissime tra loro si sono mescolate in una convivenza di popoli un tempo aggressori e aggrediti, ma che in parte si sono salvati tra di loro attraverso la riconoscenza: quando si ritrovavano nelle tende a cucinare ognuno il suo cibo e a ululare i canti della propria terra, si rendevano conto che per quanto diversi fossero, vivevano la stessa dimensione sradicante: la guerra. “Una delle cose più belle per me” confessa Rumiz “è stato scrivere di come i popoli sottoposti alla guerra convivessero in solidarietà. (…) E in Italia non venivo capito da chi leggeva i miei articoli.

Infine, l’incontro con Angelo Floramo, insegnante di letteratura e storia in Friuli il quale ama definirsi “un vagabondo errante” per le vie dell’Est e non solo, ha aperto lo spiraglio di un dibattito costruttivo sul tema del giornalismo di un tempo precedente ai social network e al giornalismo presente oggi, su ogni schermo. Come ha definito esplicitamente Rumiz nella sua introduzione a “La linea dei mirtilli”: “Resto io stesso incredulo a rileggere queste mie pagine su “il Piccolo” dell’altro secolo. Sembrano di mille anni fa. Non tanto perché chi scrive era diverso (….) ma perché i giornali erano un’altra cosa. Uno li leggeva e davvero si informava, capiva cosa stava dietro la notizia. I cosiddetti “social” non avevano ancora seminato zizzania alzando cortine fumogene sulla realtà e la carta stampata vendeva ancora alla grande“, la fruizione dell’informazione odierna verte sulla costruzione di immagini piuttosto che sulla ricerca dell’obiettività dietro le intuizioni personali: “Il compito del giornalista” sostiene Rumiz nella diretta “è quello di rimanere freddo per cercare la verità dietro la notizia”, per quanto non sia facile poiché anche un giornalista è un uomo, ma il dovere che ha scelto di compiere Rumiz lo racconta in modo esemplare: “Uno dei grandi problemi di chi scrive di queste realtà è un potente senso di inutilità. Dal racconto dei Balcani ne “La linea dei mirtilli” tornavo a casa con un senso sconfortante di incomunicabilità, oltre ad un senso di inutilità per un mestiere che oltre a non comunicare niente a chi leggeva, o comunicava molto poco a pochissimi, non modificava la situazione sul campo e quindi mi chiedevo perché continuavo a usare la penna quando avrei potuto impugnare un kalashnikov; non ero ancora così vecchio da non poterlo fare; ho avuto più volte il desiderio di mollare tutto e di difendere gli aggrediti bosniaci che non avevano patria di riserva a differenza dei croati e dei serbi di Bosnia e di combattere anch’io. Certo farlo non sarebbe stata una cosa corretta, perché da giornalista perdi l’obiettività, la distanza e la freddezza necessarie a raccontare gli eventi. Questo è uno degli elementi di più grande sofferenza per chi scrive di situazioni così.” Il grande conflitto interiore vissuto dal reporter, il quale presta la sua vita all’osservazione dei fatti e alla sua oggettiva trascrizione, è raccolto dentro “La linea dei mirtilli”, un libro necessario da utilizzare oggi come “sismografo” per comprendere la nostra contemporaneità che si basa su un giornalismo a pezzi, fatto di propaganda mediatica e di poca ricerca imparziale. Una dimensione che si può cambiare anche grazie a chi, come Rumiz, ha speso la sua vita nella ricerca della verità arrivata a noi come simbolo di autenticità letteraria, ma prima ancora giornalistica.

 

Per seguire la diretta: https://www.facebook.com/bottega.errante/videos/1121135345394024

 

Francesca Schillaci

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