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giovedì, 7 Luglio 2022

14 aprile 2004, Fabrizio Quattrocchi. Morte di un italiano.

14.04.2021 – 17.59 – Fabrizio Quattrocchi fu ucciso il 14 aprile 2004 in Iraq, dai suoi rapitori, un gruppo interno ai militanti della cosiddetta “Falange Verde” islamica, mai identificati. Era nato nel 1968 a Catania; postuma, gli fu riconosciuta, dal presidente Carlo Azeglio Ciampi, la Medaglia d’oro al valor civile su proposta dell’allora ministro dell’interno Giuseppe Pisanu, esponente di Forza Italia e poi del Popolo delle Libertà.
La medaglia è un segno di rispetto. La storia di Quattrocchi è controversa. Quattrocchi non fu il primo italiano a morire in Iraq e non fu il primo caduto in circostanze misteriose, né purtroppo sarà l’ultimo di quella guerra a esserlo; a un altro italiano ucciso nei retroscena del conflitto è andata la medaglia al valore, a Nicola Calipari, ad altri ancora riconoscimento non fu manifestato. Fra le omissioni e le morti dimenticate di quell’anno, c’è quella di Enzo Baldoni, che, come Quattrocchi, era una persona particolare, un blogger spigoloso; fu rapito a Najaf e ucciso non si sa dove e quando.

Ciò che ci fa ricordare di più Quattrocchi sono il video e le sue ultime parole. Fabrizio Quattrocchi, prima di essere un addetto alla sicurezza privata in Iraq, era stato panettiere e buttafuori nelle discoteche; niente di brutto o disdicevole in questo. Poi viene assunto dall’Ibsa, società specializzata in lavori nelle aree ad alto rischio. L’Ibsa lo recluta via email, e lo manda in Iraq, dove assieme ai colleghi Stefio, Agliana e Cupertino che lavorano per la società di Stefio stesso, ‘Presidium’ (saranno rapiti con lui, e poi liberati) opera nella protezione di persone e di strutture, la vera natura delle quali è ancora immersa nella vaghezza, nell’alone di un certo mistero: Ignazio La Russa ebbe modo di commentare l’assegnazione della medaglia ricordando che “ora tutti gli italiani sanno che Quattrocchi era un eroe, e non un mercenario”.
Lavorava per un’organizzazione che assieme ad altre, in Iraq, aveva capacità paramilitari, con personale equipaggiato con armi da guerra e autorizzato a fermare e perquisire persone e, se necessario, aprire il fuoco; queste organizzazioni venivano pagate per i loro servizi. La, oggi spiacevole, definizione di Quattrocchi come ‘mercenario’, che fu oggetto di strumentalizzazioni politiche, era allora riferita a questo; nella sua accezione originaria, non era inesatta e non era un giudizio morale. Non ci sono prove del fatto che Quattrocchi abbia mai fatto del male a nessuno, in Iraq; molto probabilmente non ne aveva la minima intenzione, faceva solo il suo lavoro, e la motivazione principale che l’aveva indotto ad accettare la proposta era stata la buona paga. Il desiderio di metter via del denaro per il suo matrimonio. Gli ideali, la bandiera, certo c’erano, ma stando a chi lo conosceva e ha parlato di lui erano in quel momento sullo sfondo, e anche questo non è un giudizio morale. Le investigazioni che seguirono negli anni la morte di Quattrocchi portarono alla luce un’organizzazione ombra, che il Corriere della Sera definì quindici anni fa una “polizia parallela” vicina ai servizi di sicurezza italiani, operante all’interno del Dipartimento studi strategici antiterrorismo, Dssa. Un quadro a tinte fosche portò a ipotizzare, con indagini che in parte sono ancora in corso, che si trattasse di un modo per permettere alla Repubblica Italiana di coinvolgere e di pagare, con il beneplacito della Nato, privati cittadini in operazioni relative a teatri di guerra e correlate, di fatto illegali nel contesto della nostra Costituzione; è importante però sottolineare che Quattrocchi non fu collegato alla Dssa in alcun modo.

E questo ci porta agli ultimi minuti di Quattrocchi e alla data di oggi. Nel video, crudele, che mostra il suo assassinio, reso pubblico da Al-Jazeera, l’uomo si strappa via il cappuccio dalla testa prima di essere ucciso, e grida contro i suoi carnefici: “Ora vi mostro come muore un italiano”. Parole di coraggio, che non potranno mai essere sminuite o dimenticate; l’ultima testimonianza di una voce spenta per sempre, che non potrà essere mai fatta oggetto di scherno, e che non si merita nient’altro che il rispetto. Allo stesso modo, le parole e la memoria di Quattrocchi non si sono mai meritate strumentalizzazioni.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttp://www.centoparole.it
Giornalista pubblicista. Direttore responsabile Trieste All News.

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