La bellezza delle parole con Briciole

26.03.2021-11.00 – Non mi è mai piaciuto il detto: “fatti e non parole”. Ho sempre preferito: “fatti e parole”! Perché dire o scrivere qualcosa a volte è tutto quello che è possibile fare dinanzi alle ingiustizie della vita.
Certo, ci sono parole e parole. Saperle usare, dosare, persino scegliere quelle da evitare, risulta fondamentale. Il virus, nel suo infinito strascico di problemi grandi e piccoli, ci ha tolto anche due termini ai quali davamo significati importanti. Due stati d’animo che eravamo sempre pronti a rimarcare nei momenti belli della nostra esistenza: positività e speranza! Qualcuno più coriaceo o meno attento insiste ad usarli. Io ho cercato di cancellarli dal mio vocabolario mentale.
Pinco Pallina è positiva assieme a Tizia, Caia e Sempronia, può capitarti di leggere su Facebook. “Cazzo…un altro cluster! Non ne usciremo più! Ma statevene a casa…no!”, è il primo pensiero che balenerebbe per la testa. E invece no! Volevano solo dire che erano felici di fare un aperitivo virtuale assieme in chat o di condividere una passeggiata con il loro bassotto. Ma incoscienti! Avete messo in allarme tutta la comunità FB! Già stavamo disinfettando cellulari e tablet!

Quindi positiva/o aboliti! E speranza? Un sentimento religioso, uno stato d’animo nobile che chiunque ha provato nella vita, nei momenti bui, ma anche in quelli gioiosi che lasciavano spazio ai grandi progetti, a volte alle illusioni, che però aiutano a proseguire il cammino. E ora? Ci tocca associare il termine al ministro meno amato, sicuramente più temuto, non sempre per colpa sua. Il suo aspetto non aiuta a dare alla parola il significato che assumeva quando era scritta minuscola. Sembra un personaggio uscito dalla fervida fantasia e dal talento visionario di Tim Burton. Disegnato dagli sceneggiatori di “Nightmare Before Christmas”, o meglio ancora sembra il Victor Van Dort de “La sposa cadavere”, solo più magro e pallido. Quando appare in TV, già sappiamo che non saranno buone notizie.
È materia per scaramantici. Io non lo sono, ma sicuramente a tutto mi viene da pensare, meno che alla speranza.

Le parole, quanto aiutano? Quanto è importante trovare quelle giuste! Sono rose e spine, possono essere zucchero a velo sulla torta o sale sulla ferita. A me piace abusarne. Alcuni me lo rimproverano, ma non posso farne senza. Se non avessi avuto tante parole nella testa, se non avessi avuto la possibilità di farle uscire attraverso i miei scritti, anche quelli più sciocchi, avrei rischiato di impazzire nel nulla di questo periodo, che sembra non voler avere mai fine. Ognuno si difende come può, con il bricolage, con il giardinaggio, sfornando pizze, pane e focacce, pulendo finestre, pavimenti e mobili tre volte al giorno o viziando animaletti domestici. Io mi difendo scrivendo, pensando, ridendo, bullizzando il virus e ironizzando su chi lo gestisce a volte in modo originalmente criticabile. Aiuta a non esplodere, perché un anno abbondante di giornate tutte uguali non è facile da digerire, senza positività e speranza.
Il virus ci ha tolto tanto, troppo! Il piacere del bacio, le tenere carezze, gli abbracci infiniti, la convivialità, la spontaneità, la condivisione. Ha abolito le sere, le notti, le albe a suon di coprifuoco! Ci siamo riscoperti dentro altri corpi, con cuori e menti nuove. Migliori? Non credo…solo diversi! Più preoccupati, più diffidenti, meno socievoli. In ogni caso io continuerò a combattere le vostre ansie da lockdown, con le mie stronzate.

Ecco si torna alle parole, alla loro importanza. Gli inglesismi per alleviare il tutto, per renderlo meno drastico, meno reale, quasi fosse un videogioco! Perché lockdown suona molto meglio del suo significato in italiano: confinamento! Che richiama alla mente antiche dittature e regole ferree da rispettare, alle quali ci eravamo disabituati!
In questo periodo di segregazioni forzate, non avendo figli o fidanzate da coccolare, ho trovato aiuto e sostegno nelle parole. Ne ho trovate tante, o almeno quelle sufficienti a scrivere un libro che trattasse il 2020 come merita: con timore, rispetto, rabbia, ma sempre a modo mio, con un sorriso dentro al pianto, come dice una bella canzone di Ornella Vanoni. Siamo in dirittura d’arrivo. Mancano gli ultimi ritocchi più i tempi tecnici di stampa e pubblicazione. Manca parlare un po’ del Natale mancato, delle atmosfere perdute, delle tristezze festose, come in ossimoro o in una novella di Dickens. Dei trenini di capodanno che arrivavano in anticipo, quando c’era lui! Degli ultimi giorni di un anno che ci auguravamo (visto che non ho usato speravamo?) irripetibile, mentre purtroppo sembra non sia così. Mancano ancora una ventina di pagine e dopo tutto sarà storia, la mia storia, un po’ anche la vostra!
Perché le parole non sono sempre pietre, campioni senza valore. A volte possono essere diamanti. Io ci ho provato, con un pizzico di presunzione e tanto amore, a renderle preziose. Spero di esserci riuscito!

[M.L.]