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mercoledì, 6 Luglio 2022

Covid-19: ricercatori dell’ospedale di Udine scoprono come prevedere l’esito della malattia

27.04.2022 – 16:00 – Arriva dall’Ospedale di Udine la scoperta di una serie di citochine il cui monitoraggio, nelle prime fasi di un’infezione da Covid-19, è in grado di prevedere quali sono i pazienti a rischio di sviluppare sintomi della malattia più gravi. Lo studio delle molecole spia è stato condotto da un gruppo di ricercatori della Clinica di malattie infettive, diretta dall’infettivologo Carlo Tascini, e del Dipartimento di medicina di laboratorio, diretto dal professor Francesco Curcio, dell’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale di Udine ed è stato presentato al Congresso europeo di microbiologia clinica e malattie infettive (Eccmid 2022) in programma a Lisbona dal 23 al 26 aprile.

La sintomatologia severa in molti pazienti è dovuta a una iper-reazione del sistema immunitario e a uno stato infiammatorio fuori controllo. Il processo infiammatorio, che può esitare nell’insufficienza d’organo e nella morte, è sostenuto da una serie mediatori e citochine, che il gruppo udinese ha analizzato retrospettivamente su 415 pazienti con Covid-19 ricoverati tra maggio 2020 e marzo 2021. Si tratta di soggetti con un’età media di 70 anni, al 65% maschi e con diversi gradi di severità di malattia. Di questi il 15,7% è morto in ospedale e il 23,6% ha avuto esito negativo (intubazione orotracheale e/o morte). Nei pazienti osservati sono stati misurati i livelli al ricovero di una serie di citochine in combinazione con altri biomarcatori come la proteina C-reattiva (Pcr) e Mr-proAdm, un nuovo biomarcatore utilizzato nella valutazione dei pazienti in deterioramento che ha un buon valore predittivo di prognosi nei casi di sepsi, shock settico e insufficienza d’organo.

Attraverso il monitoraggio di queste molecole nelle fasi iniziali della malattia è dunque possibile prevedere quali saranno i pazienti che necessiteranno di cure ad alta intensità e quali invece svilupperanno una malattia più lieve e di personalizzare dunque la terapia caso per caso. Dallo studio è emerso che alti livelli di IP-10 al momento del ricovero possono comportare un’eccessiva risposta immunitaria che può esitare in fibrosi polmonare e richiedere l’intubazione. L’osservazione ha consentito ai ricercatori di elaborare delle linee guida da seguire nella terapia dei pazienti Covid-19. Il trattamento tempestivo dell’infiammazione può dunque migliorare l’outcome in una fetta significativa dei casi.

 

 

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