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giovedì, 6 Ottobre 2022

Operatori sociosanitari, vaccinazione obbligatoria? Rischio caos nelle RSA

30.09.2021 – 08.30 – Operatori sociosanitari e case di riposo private in allarme: cosa accadrà dopo il 15 di ottobre, vista l’imposizione del Green pass non solo agli infermieri (e al mondo del lavoro in genere), ma a tutto il resto dei coinvolti nella lunga catena di attività e collaborazioni che consentono agli anziani, spesso rimasti da soli, di sopportare un periodo di pandemia iniziato nel marzo dell’anno scorso e che non sembra avere ancora fine? Non ci sarà obbligo di Green pass per il cliente di un taxi, ma per l’operatore della casa di riposo sì, e l’azienda sanitaria invita, internamente, a segnalare chi non si è vaccinato; peraltro, in Friuli Venezia Giulia, per quanto riguarda il numero di operatori sociosanitari disponibili la situazione non è buona già da tempo e la carenza strutturale di operatori, nell’agosto di quest’anno, era stata definita una drammatica emergenza da Federsanità e dall’Ordine degli infermieri. Ora, con il Green pass, in molte RSA si rischia il collasso, e le istituzioni pubbliche, specializzatesi nel corso degli ultimi dieci anni sull’assistenza all’acuto trasferendo gran parte della responsabilità di quella di ogni giorno (il day-by-day) sulle strutture assistenziali private, non danno per ora una risposta precisa, e potrebbero non essere in grado di far fronte. Se il giornalista chiede cifre e opinioni, quando si tratta di Covid le stesse quasi mai arrivano: è un “muro di gomma” non diverso da quello delle indagini degli anni Ottanta, su cui si sbatte e si rimbalza.

Farmaci, vaccini, paure e manifestazioni “No Green pass”. “Giornalisti terroristi”; niente risposte, opinioni schierate. È un fallimento generale nella comunicazione fra istituzioni, media, e cittadino, che bene non fa a nessuno. L’approccio che ha portato allo sviluppo dei farmaci conosciuti come vaccini Covid-19 è stato, com’è noto, duplice: quello utilizzato da Pfizer e Moderna (ovvero la tecnologia mRNA e le nanoparticelle lipidiche) ha portato a risultati senza precedenti nella scienza medica moderna – dove l’oggetto del contendere sono proprio queste due parole: ‘senza precedenti’, che porta alla definizione di ‘immunostimolatori’ per questi due prodotti di ricerca piuttosto che ‘vaccini’. Quello più tradizionale, seguito da AstraZeneca, Johnson e Johnson e Sputnik V russo, contiene DNA veicolato attraverso un adenovirus animale che funge da ‘trasportatore’, e possono quindi con più proprietà essere definiti ‘vaccini’ nella tradizione della storia della medicina. Del Sinovac-CoronaVac, o ‘vaccino cinese’, da noi non si parla: ha seguito un po’ la sorte dello Sputnik, pur essendo stato approvato dall’OMS anche per la somministrazione nelle donne in gravidanza e secondo modalità del tutto simili, e con raccomandazioni e reazioni del tutto simili, a quelle dei vaccini ‘tradizionali’ occidentali, ai quali assomiglia: la vaccinazione con Sinovac è considerata valida in Austria, in Finlandia, in Svizzera, in Svezia fra le altre.

Entrambi gli approcci farmaceutici, quello degli immunostimolatori e quello dei vaccini, codificano la produzione della proteina ‘Spike’, bersaglio primario degli anticorpi contenuti nel nostro sangue. I farmaci di Moderna e Pfizer stimolano anche, oltre agli anticorpi, la produzione di cellule-T, cruciali secondo i ricercatori per la risposta all’infezione. I farmaci di Moderna e Pfizer, a mRNA, avrebbero raggiunto un 90-95 per cento di efficacia nella loro azione (che non significa 90 per cento di immunizzazione); i vaccini degli altri produttori si posiziona fra il 70 e il 90 per cento per gli ottimisti e non arriva al 50 per i pessimisti. È una forchetta di risultato che non può essere, visto il poco tempo trascorso, diversa ma che risulta ancora troppo larga per poter mettere una parola ‘fine’ alla fase sperimentazione; AstraZeneca, e in minor misura Johnson e Johnson, si sono ritrovati al centro di più di una polemica per le conseguenze di un certo numero di somministrazioni – i famigerati ‘eventi avversi’ – e anche su questo non è stata messa ancora una parola fine: ci vorrà qualche anno. C’è infatti ancora molto da scoprire e imparare, e ci sono i soggetti ai quali oggettivamente il medico sconsiglia la vaccinazione e che si ritrovano a quel punto a non poter più lavorare (per qualcuno val bene l’opportunità dello Smart working; per un operatore sociosanitario, però, no).
Proprio sull’esistere di cose ancora da scoprire, capire e imparare – oltre che sulla politica; cerchiamo però di lasciarla da parte – poggia la decisione, in Italia, di una minoranza di cittadini, dove minoranza non vuol dire mancanza di qualificazione o di diritto di rappresentanza e libera scelta, di non sottoporsi alla somministrazione degli immunostimolatori Moderna e Pfizer, o ‘vaccini’ mRNA. Andava un po’ meglio all’inizio con AstraZeneca e con i vaccini tradizionali, di cui l’opinione pubblica si fida di più (hanno una storia, c’è una tradizione, vengono considerati più ‘naturali’); il numero di eventi avversi riportato via Social, veri o falsi che siano (più falsi che veri, ma i veri esistono e il muro contro muro fra “immunostar” televisive e No-Vax, che trova vasto riscontro nei gruppi Internet, ha aumentato l’incertezza piuttosto che rassicurare) ha spaventato e ricondotto chi protesta a un minimo comun denominatore, il rifiuto di accettare la somministrazione obbligatoria di un farmaco che si accompagna indissolubilmente al diritto al lavoro: articolo 32 della nostra Costituzione, “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Basterebbe questo, ma non c’è solo questo: il principio del diritto del malato, o della persona sana, all’autodeterminazione riguardo a un trattamento sanitario è ormai sancito da tutti i codici di deontologia medica internazionale, ed è per questo che l’Unione Europea ha chiarito nelle sue direttive non vincolanti (ma precise), a inizio 2021, che nessuna forma d’obbligo, neppure indiretta, al trattamento sanitario contro il Covid-19 è ammessa. Molte le discussioni e le interpretazioni; più, ancora una volta, della politica che degli esperti del diritto, ma la difficoltà principale di Mario Draghi e di Francesco Paolo Figliuolo sta proprio qui. Ecco perché, finora, distorcendo il senso del Green pass europeo (nato come strumento per facilitare la mobilità) e ripescando termini e modi da “convergenze parallele” e Prima Repubblica, il governo italiano non si è preso alcuna responsabilità, scaricandola a terzi, e non ha imposto il vaccino ai suoi cittadini. È ricorso all’imposizione indiretta, mettendo in gravissime difficoltà scuole, ospedali, anziani, operatori socio-sanitari, genitori, case di riposo, imprenditori e, non certo ultimi, i cittadini di quella minoranza che chiede libera scelta vaccinale e ha pieno diritto, anche se non si è d’accordo, a essere ascoltata, tutelata e rappresentata. E quando mancano la comunicazione fra una politica che fa di tutto per rimanere distante anni luce dalla realtà di ogni giorno, e manca la chiarezza nelle decisioni, il seme del caos germoglia su un terreno fertile. Nel Regno Unito, in fin dei conti, manca la benzina; nessuno che avesse il potere di decidere ci aveva pensato per tempo (né alle conseguenze dei mancati accordi né alle capacità del Social network di amplificare, riverberare e distorcere). E se ci aveva pensato, non aveva capito. Soluzioni? Si può almeno provare: ad ascoltare, a confrontarsi, a parlare, lasciando da parte le dirette Facebook.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttp://www.centoparole.it
Giornalista pubblicista. Direttore responsabile Trieste All News.

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