Europa Centrale
12.05.2021 – 09.30 – Cechia-Ue-Russia: Il premier ceco Andrej Babiš ha chiesto ai partner Ue di espellere “almeno un diplomatico russo” in solidarietà con la Cechia. Da un mese circa Praga e Russia sono impegnate in un’aspra crisi diplomatica, dopo che è emerso il coinvolgimento dei servizi segreti russi in un’esplosione in un deposito di munizioni ceco nel 2014.
Perché conta: La vicenda è già stata trattata dalla nostra rubrica. È la più grave crisi diplomatica tra Russia e Cechia dalla fine della Guerra fredda. A metà aprile Praga ha espulso 18 diplomatici dell’ambasciata russa, Mosca ha risposto espellendone 20 da quella ceca in Russia. Alcuni Stati Ue – Lettonia, Lituania, Estonia, Romania, Slovacchia – hanno già espulso dei funzionari russi. La domanda è: quanto avanti si può spingere l’Ue? Il blocco dipende dalla Russia per l’energia (soprattutto carbone e gas naturale) e, sempre di più, la sicurezza dell’Ue è legata a doppio filo alle mosse di Mosca. Non solo in Ucraina, lo scenario dove più si è squadernata l’inanità della politica estera Ue. È bastata, a inizio aprile, la scelta del Cremlino di aumentare le truppe al confine russo-ucraino per mandare in fibrillazione tutte le cancellerie europee e paventare il rischio di un’escalation militare, se non di un’invasione tout court. Ma anche in Medio Oriente e Mediterraneo i russi sono ormai una delle forze in campo. Con rare eccezioni (l’Ungheria), i paesi della cosiddetta “Nuova europa”, quelli emancipatisi dal giogo comunista, invocano la linea dura contro l’ex occupante russo, ma per l’Ue nel suo complesso definire una linea comune è una missione impossibile. Troppe le spinte contrapposte, troppi gli interessi incrociati. Per l’Italia la Russia è, per esempio, uno Stato affine, un partner commerciale fondamentale e, proprio per il suo crescente attivismo nel bacino mediterraneo, un futuribile alleato in chiave anti-turca. Anche Germania e Francia hanno buoni motivi per trovare un modus vivendi funzionale e benefico con la Russia. La crociata di Babiš, sacrosanta nella sua prospettiva, è però destinata a rimanere un fuoco di paglia. Difficilmente gli altri Stati Ue ottempereranno alla sua richiesta. La Russia, dal canto suo, sorride. Scatenare il caos nel blocco sfruttando le sue indicibili contraddizioni è proprio quello che il Cremlino punta a fare. Trattare con un’Ue divisa, e addirittura umiliarla come successo con l’Alto Rappresentante Josep Borrell lo scorso febbraio, permette a Mosca di sentirsi ancora una grande potenza, capace di dettare le regole del gioco.
Per approfondire: IL RAPPORTO CON L’ITALIA MODELLO DELLA GEOPOLITICA RUSSA VERSO L’EUROPA [Limes]
Ungheria: Il comune di Budapest e tutti i distretti della capitale sono stati esclusi dal programma di sussidi varato dal governo (64 milioni di euro) per aiutare i bilanci in sofferenza degli enti locali.
Perché conta: Budapest è in mano alle opposizioni. In un’Ungheria pressoché egemonizzata da Fidesz, il partito al governo, la capitale è la roccaforte degli ultimi ribelli. Lo scorso dicembre il governo aveva deciso di dimezzare la tassa che le aziende sono tenute a versare ai comuni, una mossa presentata come un mezzo per sostenere il settore privato piagato dalla pandemia. Ora l’esecutivo ha annunciato che compenserà i 27 comuni, tra quelli con almeno 25 mila abitanti, che sono stati più colpiti sul piano finanziario. Ufficialmente, quindi, il motivo per cui il governo ha escluso la capitale è che in termini di crescita economica Budapest già viaggia al doppio della velocità del resto del paese e dispone di cospicue riserve finanziarie. Un ragionamento che funziona però soltanto ragionando in termini percentuali. In termini assoluti, come ha notato laconicamente il sindaco di Budapest Gergely Karácsony, il comune di Budapest ha perso da solo 86 milioni di euro a causa della scelta del governo. La strategia di Viktor Orbán sembra quindi abbastanza chiara. Abbassando le tasse per le aziende private, si è messo in luce come il politico vicino ai bisogni della gente, capace di empatizzare con i piccoli imprenditori. Poiché però le tasse che il governo ha ridotto erano tasse comunali, questa mossa di marketing politico non ha avuto nessuna ricaduta sulle casse statali. Ne ha invece avute su quelle comunali: l’obiettivo è ostacolare l’azione della giunta comunale della capitale, legandole le mani con un bilancio crivellato che non le permetta di garantire servizi di qualità. L’anno prossimo ci sono le elezioni e proprio Karácsony è il candidato più papabile del fronte unico dell’opposizione, che cercherà di scalzare Fidesz, al potere dal 2010 e responsabile della deriva autocratica del paese. Screditando già da ora l’immagine del primo cittadino, che agli occhi dell’Ue incarna l’ultima speranza per riportare il paese centro-europeo nell’alveo delle democrazie liberali, gli orbaniani iniziano a portarsi avanti.
Per approfondire: «Orbán mente e ci esclude dai fondi Ue». La sfida del sindaco di Budapest [Domani]
Balcani Occidentali
Germania-Slovacchia-Albania-Macedonia del Nord: Berlino e Bratislava si sono dette contrarie a scindere i processi di adesione all’Ue di Tirana e Skopje, come suggerito dal Commissario Ue per l’Allargamento Olivér Várhelyi.
Perché conta: Várhelyi ha proposto di non trattare più i due paesi balcanici candidati come un pacchetto unico, perché così si potrebbero iniziare i colloqui perlomeno con l’Albania. La candidatura della Macedonia del Nord resta infatti bloccata dall’ostruzionismo della Bulgaria, che continua a richiedere alla Macedonia del Nord il rispetto di condizioni supplementari – relative a lingua, storia e identità – che nulla hanno a che vedere con il processo di adesione. Il commissario ungherese aveva quindi aperto alla possibilità di separare i due percorsi, dando modo a Tirana di proseguire, mentre si sarebbe cercata una soluzione ad hoc per Skopje. Il governo macedone si è subito espresso negativamente verso questa prospettiva, nel timore che possa tradursi in un congelamento ad libitum del proprio dossier. Le autorità macedoni hanno ricordato come la maggior parte degli Stati Ue sia pronta a iniziare i negoziati. A dare manforte a questa posizione, sono quindi intervenuti anche i ministri degli Esteri di Germania e Slovacchia, che hanno dichiarato che i loro due paesi supportano l’obiettivo di inaugurare le trattative con i due paesi balcanici a giugno, come sarebbe in programma, sottolineando come un ulteriore ritardo minerebbe la credibilità dell’Ue e la stabilità della regione. Per una politica di allargamento credibile la Bulgaria deve smettere di utilizzare il proprio potere di veto nel Consiglio europeo, ha ribadito il ministro slovacco. In teoria l’avanzamento di un paese candidato dipenderebbe dalle valutazioni della Commissione europea, che per questi due paesi ha già dato il via libera da più di un anno, non dai capricci dei paesi già membri dell’Ue. Tuttavia, da anni si è osservato il fenomeno della cosiddetta “nazionalizzazione del processo di adesione”, ovvero la tendenza di alcuni Stati membri a interpretare l’adesione dei nuovi membri non come un processo tecnico, ma come una questione politica, da declinare in base ai propri obiettivi di politica interna.
Per approfondire: Perché la Bulgaria non vuole fare entrare la Macedonia del Nord nell’Unione europea [Linkiesta]
Kosovo-Serbia: Il governo kosovaro sta preparando una denuncia per “genocidio” contro la Serbia alla Corte di giustizia internazionale. Punta a consegnarla entro la fine del 2022.
Perché conta: Come nel caso di Srebrenica, nei Balcani utilizzare la definizione di “genocidio” è una scelta estremamente delicata, che ha molto più a che vedere con il presente che con il passato. Le popolazioni e le forze politiche vicine alla Serbia tendono a sminuire, ridimensionare e contestualizzare in una chiave vittimista le varie azioni di violenza organizzata ideate e compiute dalle autorità serbe nel corso degli anni ‘90 (guerre in Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina e Kosovo). Le popolazioni che ne sono state vittime e i rappresentanti politici che ne incarnano le istante tendono invece a denunciare il carattere organizzato e sistematico di queste violenze, non relegabili secondo loro né a mere operazioni militari né tantomeno all’esposione incontrallata di antichi odi etnici. Infilarsi in questo ginepraio richiede una competenza e uno spazio che in questa sede non possiamo offrire. In queste righe è tuttavia possibile illustrare il significato geopolitico di questa scelta del nuovo governo guidato da Albin Kurti. Questo genere di iniziative, anche se supportate da prove e fatti documentati, servono a scaldare la propria base elettorale, ma remano nella direzione opposta del dialogo e della riconciliazione con la Serbia. Riconciliazione che, si può notare cinicamente, non deve avvenire tanto a livello di popolazioni quanto a livello di Stati, tra amministrazioni. Il futuro del Kosovo passa per queste forche caudine: codificare una relazione con la Serbia. Senza questo doloroso passaggio, Pristina si autocondanna a restare un vassallo degli Usa, con zero prospettive di entrare nell’Unione europea e poche prospettive di crescita economica. Il Kosovo, che tanto ha lottato per diventare uno Stato indipendente, resta uno Stato a metà – non riconosciuto nemmeno da cinque Stati Ue. Questa stasi serve bene la riproduzione del gioco dell’attuale élite serba, che ha molto meno interesse a risolvere in modo definitivo la diatriba di quanto ce l’abbia quella kosovara – seppur non ne sembra consapevole. Una leadership coraggiosa dovrebbe accompagnare il paese in un bagno di realtà e iniziare, timidamente, a discutere anche di quale possa essere il futuro del Kosovo, non soltanto di quale sia stato il suo passato.
Per approfondire: Kosovo: Kurti vince le elezioni e seppellisce le élite di guerra [Ispi]
s.b