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venerdì, 12 Agosto 2022

Sicurezza, ddl 125: in Consiglio regionale discussione generale con accuse reciproche

11.03.2021 – 09.15 – Due visioni molto diverse della polizia locale sono emerse oggi nel corso della discussione generale sul disegno di legge 125 all’esame del Consiglio regionale.
I consiglieri di Opposizione intervenuti nel dibattito sono convinti che gli agenti debbano continuare a essere l’ideale interfaccia tra il Comune e i cittadini, sul modello dei vecchi vigili urbani, mentre l’assessore Pierpaolo Roberti e i rappresentanti della Maggioranza puntano su un nuovo concetto di sicurezza integrata, della quale dovranno far parte anche i volontari e le associazioni civiche che si impegnano nel monitoraggio del territorio.
Intervenendo per primo, Walter Zalukar (Gruppo Misto) ha manifestato perplessità sull’opportunità della nuova norma: “Non ci vedo nulla che mi faccia sentire più sicuro, mi sembra fumo negli occhi dei cittadini. Vanno bene più telecamere, ma poi chi le controlla? E stiamo attenti ad affidare troppi compiti ai volontari della sicurezza”.
Enzo Marsilio (Pd) è convinto invece che la nuova legge possa causare tensioni nei paesi di montagna, dove “non ci sono problemi di sicurezza, e l’agente di polizia locale è importante come il parroco. Non servono i volontari della sicurezza, anzi in questo modo rischiamo di legittimare quelle due-tre persone che in ogni paese “rompono le scatole” con continue denunce”.

“Così la polizia locale diventa tanto regionale e poco municipale – ha lamentato Tiziano Centis, capogruppo dei Cittadini – . Mi sembra che qui si voglia mettere in campo una polizia locale più simile alla polizia di Stato, allontanandola dai cittadini”.
Duro il giudizio di Francesco Russo (Pd): “Legge ideologica e propagandistica, un pastrocchio. E c’è anche il rischio di incostituzionalità. Ma c’è davvero un problema di sicurezza? E’ questa la priorità? Lo stesso assessore Roberti disse qualche settimana fa che Trieste è tra le 10 città più sicure al mondo”.
Igor Gabrovec (Ssk) ha preannunciato una serie di emendamenti, invitando a “rispettare il plurilinguismo anche nelle forze di polizia: è importante che nei Comuni bilingui gli agenti conoscano la lingua minoritaria tutelata dalla legge”.

“Quando divenni sindaco di Pordenone – ha ricordato Sergio Bolzonello (Pd) – trovai gli agenti trasformati in una specie di Rambo, io invece ho chiesto loro di tornare a fare i vigili
urbani. Ora in questa legge vedo la stessa impostazione: voi mettete nella testa di chi si candida a fare il vigile l’idea che andranno a fare i poliziotti, e invece devono lavorare a servizio della loro comunità”.
Giampaolo Bidoli (Patto per l’Autonomia) ha espresso il timore che “la partecipazione civica diventi un problema per la polizia locale e le forze dell’ordine, a causa della possibile
impreparazione dei soggetti impiegati”. Il collega di gruppo Massimo Moretuzzo ha invitato invece a guardare alla società post-Covid, “che ci imporrà di unire i pezzi dal punto di vista
sociale: dobbiamo salvaguardare la coesione”. Del disegno di legge, a Moretuzzo non piace “l’idea di centralizzare alcune funzioni. Ed è stato un errore escludere dal dibattito sindaci, comandanti di polizia locale e sindacati”.
Sono poi intervenuti nel dibattito altri quattro consiglieri del
Pd. Mariagrazia Santoro si è chiesta la ragione stessa di presentare ora questa norma “nel mezzo di una pandemia, quando i problemi sono altri”. Anche la consigliera rimpiange la figura del vigile urbano e non vuole un agente “armato di tutto punto: dico no alla sicurezza privata, sono le forze dell’ordine i professionisti ai quali affidarsi”.

“Serve più attività di servizio e meno truppa – ha ribadito Roberto Cosolini – : la priorità numero uno sarebbero i vigili di quartiere, che stabiliscono un rapporto duraturo con il
territorio”. Cosolini ha poi criticato la scelta di affidare al nuovo Osservatorio il compito di misurare la sicurezza percepita: “Gli Osservatori servono a fornire dati certi e reali”.
“Stiamo cercando di trasformare gli ex vigili in agenti di pubblica sicurezza – ha attaccato Cristiano Shaurli – . Io un po’ provocatoriamente dico che avrei fatto un solo emendamento: torniamo a chiamarli vigili comunali”. Secondo la collega di gruppo Chiara Da Giau “oggi la percezione di insicurezza dipende dal venir meno delle reti familiari, di vicinato e di quartiere. Affidare nuovi compiti ai gruppi di vicinato rischia invece di creare un clima da assedio, come se si fosse circondati”.
“Per noi l’impostazione di questa legge è inaccettabile – ha riassunto il capogruppo dem Diego Moretti – : se l’esempio sono i social come ha detto il relatore Calligaris, dove si denuncia in modo anonimo e si postano video, il rischio è di istituzionalizzare la delazione. Potremo cambiare il nostro giudizio solo se verranno accolti alcuni dei nostri emendamenti”.

Cristian Sergo ha espresso le perplessità del Movimento Cinque Stelle osservando che “molte delle forme di collaborazione con i volontari erano già previste nella precedente legge del 2009. E visto che avremo agenti specializzati inviati anche fuori Comune, a questo punto si poteva istituire direttamente un Corpo regionale dei vigili”.
Di fronte a questa pioggia di critiche, sono stati in particolare i consiglieri della Lega a difendere la nuova norma. “Ricordo che a Trieste vent’anni fa – ha detto Antonio Lippolis – il centrosinistra era contrario alle telecamere di sicurezza, poi ha dovuto adeguarsi: spero che tra vent’anni ci possa essere condivisione anche sulla collaborazione con i volontari”. “E’ un giochino – gli ha dato manforte il collega Lorenzo Tosolini – classificare come ideologica questa legge, si fece lo stesso nel 2009. La realtà è che le telecamere danno un senso di sicurezza ai cittadini e che una rete di controllo del territorio è fondamentale”.

“Qualcuno dice che stiamo istituendo gli squadroni della morte, altri che non stiamo facendo nulla di nuovo: ma avete letto tutti lo stesso testo?”, si è chiesto ironicamente il capogruppo del Carroccio, Mauro Bordin. “Ha ragione Sergo – ha proseguito -, molte di queste cose ci sono già, ma è importante riconoscere e valorizzare i volontari della sicurezza, che già operano bene da una ventina d’anni”.
“La sicurezza è un nostro cavallo di battaglia – ha ribadito Alessandro Basso di Fratelli d’Italia – ed è improprio dire che non se ne deve parlare perché ora c’è la pandemia. Vedo che alcuni vogliono tornare all’ancien regime del vigile urbano e di quartiere, ma questo non corrisponde alla realtà attuale”.
Nella sua replica al termine del dibattito, l’assessore Pierpaolo Roberti ha rimandato nel campo avversario l’accusa di ideologismo: “Siete riusciti a mistificare la realtà in un modo che mi ha lasciato di stucco. La discussione era intrisa di ideologia e propaganda, tutta arrivata dall’Opposizione”.

L’assessore ha poi ribadito l’importanza del concetto di sicurezza percepita: “I numeri dicono che il Fvg è sicuro, ma sarebbe sbagliato focalizzarsi solo sui numeri, come se entro una certa soglia i reati diventassero accettabili e non richiedessero interventi della pubblica amministrazione. Per me anche 10 furti in casa sono troppi, anche se è utopistico pensare di eliminare tutti i reati. Di certo, se ti senti meno sicuro vivi male”.
Quanto ai corpi specialistici, Roberti ha ricordato che “il vigile urbano alla Alberto Sordi non esiste più dal 1986, quando alla polizia locale vennero attribuite funzioni di pubblica sicurezza che prima non aveva. Noi non togliamo poteri ai Comuni, ma a loro diciamo che se hanno bisogno di specialisti in settori come ambiente, edilizia, commercio, possiamo fornire qualcuno in grado di dare una mano”.

[c.c]

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