Cose dell’altra Europa: Kosovo-Serbia, Croazia-Bosnia, Polonia-Germania-Ue, Ungheria-Kosovo-Serbia

Balcani occidentali

17.02.2021 – 19.28 – Kosovo-Serbia: Alle elezioni di domenica 14 febbraio il partito di sinistra nazionalista Vetevendosje!, guidato dall’ex premier Albin Kurti, ha sbaragliato gli avversari, aggiudicandosi il 48% dei voti. Kurti si avvia così a guidare il prossimo governo.
Perché conta: Sono state le promesse di rilanciare l’economia e di attuare un drastico repulisti dell’amministrazione ad assicurare il trionfo di Kurti. Vetevendosje! ha vinto principalmente grazie al suo messaggio anti-corruzione, risultato persuasivo per l’elettorato che sogna di “rottamare” i partiti tradizionali fondati dagli ex guerriglieri che combatterono nella guerra di secessione (1998-1999), come Hashim Thaçi e Ramush Haradinaj. Tuttavia, la politica estera non può attendere; Kurti è atteso al varco dal solito dossier: la relazione con la Serbia. Fu proprio questo tema spinoso a determinare l’epilogo della sua prima brevissima esperienza di governo lo scorso marzo, quando Kurti fu defenestrato tramite una manovra di palazzo caldeggiata dal diplomatico americano Richard Grenell.

Dopo il fuoco di paglia dello “storico accordo” siglato da Kosovo e Serbia alla Casa Bianca, per offrire a Trump un successo diplomatico da rigiocarsi in campagna elettorale, le questioni sul tavolo sono tornate a essere quelle di sempre. Belgrado si rifiuta di riconoscere il Kosovo come Stato indipendente e, spalleggiata da Russia e Cina, si spende in attività di lobbying per convincere anche altri Stati a “ritirarne” il riconoscimento. Pristina si vendica non rispettando le condizioni sottoscritte negli “accordi di Bruxelles”, che prevedrebbero, tra le altre cose, l’istituzione di un’associazione delle municipalità serbe nel nord del paese. Come si comporterà allora il neo-premier, memore di quella dolorosa lezione? Rispolvererà la levigata retorica oltranzista o sotterrerà l’ascia di guerra? Due novità potrebbero farlo propendere per la seconda opzione. Primo, l’amministrazione Biden sembra molto più incline a parteggiare per i kosovari rispetto a quella precedente, quasi filo-serba.

Questo favore potrebbe far pendere la bilancia verso Pristina, permettendo al futuro esecutivo Kurti di negoziare condizioni abbastanza favorevoli da far digerire al proprio elettorato un’intesa con Belgrado. Secondo, la consacrazione di Vjosa Osmani, che oggi ricopre sia la carica di presidente del Kosovo che quella di presidente del parlamento, potrebbe fungere da garanzia di moderazione agli occhi degli alleati, Usa in testa. Figura già analizzata da questa rubrica, Osmani è una fuoriuscita della Lega democratica del Kosovo, la forza più moderata dello spettro politico kosovaro. Dopo la cacciata ha fondato un proprio movimento (Guxo!, “osare” in albanese), che si è presentato alle urne in ticket con Vetevendosje!. La sua riconferma come presidente sembra scontata. Sui tavoli internazionali, allora, lei e il futuro primo ministro probabilmente agiranno in sintonia. Prima Kurti alzerà la posta in gioco sparando alto con qualche provocazione inverosimile, poi toccherà ad Osmani fare da pompiere e accettare accordi più equilibrati rispetto alla proposta del premier, ma comunque molto vantaggiosi per Pristina.

Per approfondire: Kosovo: Kurti vince le elezioni e seppellisce le élite di guerra [Ispi]

Croazia-Bosnia: Sarajevo ha presentato una nota di protesta a Zagabria, sostenendo che la Zona economica esclusiva (Zee) recentemente dichiarata dalla Croazia nell’Adriatico danneggi la Bosnia, impedendole l’accesso al mare aperto. Il governo croato ha risposto di aver agito in conformità con il diritto internazionale, sottolineando come anche Milorad Dodik – rappresentante serbo nella presidenza tripartita che governa la Bosnia e dominus della Repubblica serba – riconosca la legittimità dell’azione croata.
Perché conta: Non serve nemmeno più nasconderlo, Zagabria e Banja Luka condividono lo stesso obiettivo: boicottare il funzionamento della Bosnia, impedendo che si trasformi in uno Stato effettivo, capace di esercitare la propria sovranità. Alla Bosnia la Zee croata infligge un danno oggettivo, difficile da negare. Il paese ha un unico sbocco sul mare, a Neum. Dichiarando la Zee, la Croazia ha acquisito il diritto di estromettere i pescatori dei paesi non-Ue: le imbarcazioni battenti bandiere bosniaca, montenegrina e albanese non potranno più accedere alla maggior parte dell’Adriatico. Zagabria si è accaparrata anche il diritto esclusivo di cercare e utilizzare le risorse energetiche presenti sotto il fondale, privando gli altri paesi rivieraschi di questa opzione. Inoltre, Zee a parte, con la costruzione del ponte di Peljesac/Sabbioncello, l’infrastruttura che congiungerà l’exclave di Ragusa/Dubrovnik con il resto del paese, la Croazia finirà per “cinturare” Neum, ostacolando ulteriormente la navigazione delle navi bosniache.

La protesta del governo di Sarajevo pare dunque comprensibile. Neum appartiene però al territorio della Federazione croato-musulmana, non a quello della Repubblica serba. Quindi secondo Dodik, a un altro Stato, non al suo. Ecco perché il leader dei serbo-croati ha subito dato il proprio benestare all’iniziativa croata. Una mossa che rinsalda ancora di più l’affinità tra i serbi e i croati di Bosnia in funzione anti-bosgnacca. Come già sottolineato da questa rubrica, il segnale più vistoso di questo allineamento informale è stato il recente avvicinamento tra Russia, patrona dei primi, e Croazia, protettrice dei secondi. Un flirt inaudito, considerato che Mosca è stata e viene tuttora percepita come l’attore pro-serbo (e quindi anti-croato) per definizione. Eppure sta davvero accadendo: la Croazia starebbe addirittura ponderando l’opzione di acquistare lo Sputnik V, il vaccino prodotto dalla Russia, unanimemente visto come marchio inequivocabile di russofilia – si veda il caso ungherese.

Per approfondire: I vantaggi pratici e simbolici della nuova Zee per la Croazia [Limes]

Europa Centrale

Polonia-Germania-UE: Nel 2020 la Polonia ha registrato un surplus record nella propria bilancia commerciale: 12 miliardi di euro.
Perché conta: É dal 2015 che la bilancia commerciale polacca è in positivo, ma Varsavia non aveva mai raggiunto questi numeri – nel 2019 il disavanzo era stato solo di un miliardo. Circa due terzi dell’export polacco è approdato in paesi Ue, Germania in testa. Gli esperti leggono in questi numeri la conferma che la Polonia è ormai diventata un paese esportatore di merci, non più solo di servizi. E c’è di più: il sistema economico della Polonia si è anche dimostrato capace di reggere  agli shock molto meglio di altre economie Ue. Lo si era già visto dopo la crisi finanziaria del 2008-2009, lo ha ribadito il coronavirus. Secondo il commissario europeo Paolo Gentiloni, “tra i maggiori Stati membri, solo la Germania e la Polonia raggiungeranno o supereranno i livelli di pil pre-pandemici entro la fine del 2022”.

Un abbinamento appagante per un paese che ha rinnegato l’economia pianificata di ispirazione socialista solo tre decenni fa. Questa travolgente crescita economica ha una ragione facilmente identificabile: l’appartenenza all’Ue, status da cui quasi nessun paese ha beneficiato come la Polonia. Non solo per la possibilità di commerciare senza dazi con il resto del blocco, ma anche per l’entità dei fondi comunitari ricevuti. Come già ricordato da questa rubrica, questi trasferimenti diretti sono pari a circa il 3,5% del pil del paese. Nel 2019 dal bacino comunitario il paese ha attinto 12 miliardi di euro – curiosamente, proprio la stessa cifra registrata dalla bilancia commerciale nel 2020. Il governo ultra-conservatore, al potere dal 2015, si è rivelato estremamente talentuoso nel giocare su due tavoli senza mai confondersi: da un lato, si è scontrato con Berlino e Bruxelles su questioni etico-valoriali (migrazioni, bioetica, diritti civili), dall’altro ha integrato ancora più saldamento il proprio paese nel sistema economico comunitario. Per comprendere appieno la strategia del Pis, il partito turbocattolico che guida la maggioranza di governo, non bisogna fermarsi alle retoriche propagandistiche, ma osservare la realtà dei fatti. Varsavia è, per esempio, molto meno contraria all’immigrazione di quanto ami raccontarsi.

Per approfondire: POLONIA: La più silenziosa immigrazione d’Europa [East Journal]

Ungheria-Kosovo-Serbia: Stando alle recenti dichiarazioni pubbliche del Capo di stato maggiore dell’esercito ungherese Ferenc Korom, la Nato sarebbe pronta a sostenere la nomina di un militare ungherese come prossimo comandante della missione Kfor. La missione internazionale Nato, dislocata in Kosovo dal 1999, è attualmente comandata dall’italiano Franco Federici.
Perché conta: Per adesso sono solo velleità. Si sa bene, inoltre, che quando si tratta di Nato il pallone è sempre nelle mani della Casa Bianca, a prescindere dalla nazionalità dei quadri militari che conducono le operazioni sul campo. Tuttavia, la notizia, passata molto in sordina, rientra in un’operazione multisfaccettata sempre più evidente: la penetrazione dell’Ungheria nei Balcani occidentali. Budapest vede nei territori a sud del Danubio il terreno d’influenza prediletto. A loro volta, i regimi della regione, quelle “stabilitocrazie” variamente autocratiche, guardano al regno di Viktor Orbán, la patria della democrazia illiberale nell’Ue, come a un modello da emulare. Il governo ungherese ha quindi cercato di coltivare i buoni rapporti coi vicini meridionali, aumentando per esempio la presenza nel comparto mediatico. L’ambizione a influenzare la politica interna dei Balcani occidentali è stata esemplificata dalla clamorosa scelta di accordare il diritto di asilo all’ex premier macedone Nikola Gruevski, riparato in terra magiara per sottrarsi alla giustizia in patria nel novembre del 2018.

Nella sua campagna acquisti balcanica, l’Ungheria ha presto trovato un partner affine nella Serbia del presidente Aleksandar Vučić, stratega abilissimo a interloquire con qualunque partner internazionale senza compromettersi mai in modo definitivo. Per Budapest allora, la possibilità di porsi a capo della principale missione Nato in Kosovo, da cui di fatto dipendono la sicurezza e la stabilità dell’ex provincia meridionale della Serbia, sarebbe una ghiotta occasione per fare gli interessi di Belgrado, senza gesti plateali ma magari alterando la situazione sul campo e manovrando dietro le quinte, per aumentare ulteriormente la sintonia che regna sull’asse Budapest-Belgrado. Proprio su questo asse – in questo caso geografico e non solo metaforico – correrà la ferrovia che sta ora venendo costruita dalla Cina, l’infrastruttura più importante tra quelle che Pechino anela ad approntare nei Balcani occidentali per rendere più scorrevoli le sue “nuove vie della seta”. Legando ancora di più l’Ungheria alla regione balcanica, il progetto si sposa alla perfezione con le mire egemoniche di Budapest, desiderosa di saltare sul treno cinese per proiettare – di riflesso – la propria influenza in un’area dove il soft power è sempre a prezzi abbordabili.

Per approfondire: La Cina finanzia il rinnovo della ferrovia Budapest-Belgrado [Osservatorio Balcani e Caucaso]

s.b