La leggenda nera del Medioevo: l’intervista a Franco Cardini

15.02.2021 – 09.18 – L’intervista fatta a Franco Cardini può comodamente essere comparata ad un viaggio consapevole nella contemporaneità: una visione dei giorni nostri austera, dura e totalmente disincantata.
Si può dire che Franco Cardini, in questa panoramica del quotidiano, è un compagno di viaggio con una lente focale differente, lontano dai punti di vista della Generazione X e ancor più avulso dallo sguardo dei Millennials.
Cardini nasce a Firenze il 5 agosto 1940 e la sua vita è lastricata di successi e studi
accademici di alto rango. Specializzato nello studio del Medioevo, lo storico consegue la laurea in Lettere presso l’Università di Firenze nel 1966, diventando poi professore
incaricato di storia medievale nel 1985 nella stessa università, nonché professore
associato e ordinario all’Università di Bari.
Nel 1989 conquista la cattedra di Storia medievale a Firenze mentre, ad oggi, è professore emerito presso l’Istituto di Scienze Umane e Sociali aggregato alla Scuola Normale Superiore, aggiungendo a questo anche l’incarico di Direttore di Ricerca nell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e Fellow della Harvard University.
Tra i suoi volumi si ricordano: Le crociate tra il mito e la storia (Nova Civitas, 1971);
Alle radici della cavalleria medievale (La Nuova Italia, 1981); Quell’antica festa
crudele (Il Saggiatore, 1987); Europa 1492 (Rizzoli, 1989); La Vera Storia della Lega Lombarda (Mondadori, 1991); Noi e l’Islam: un incontro possibile? (Laterza, 1994); Il giardino d’inverno (Camunia, 1996); Giovanna d’Arco (Mondadori, 1999); In Terrasanta (Il Mulino, 2002); L’invenzione dell’Occidente (Il Cerchio, 2002); Il turco a Vienna (Laterza, 2011); Gerusalemme (Il Mulino, 2012); Istanbul. Seduttrice, conquistatrice, sovrana (Il Mulino 2014).

Secondo Lei, perché il Medioevo viene collegato ad un periodo buio?
Per una semplice ragione di ritardo della cultura generale, diffusa e ordinaria su quelli
che sono i parametri correnti del dibattito culturale.
Una dilazione che si prolunga in realtà da molti decenni purtroppo, coprendo addirittura
oltre un secolo: siamo rimasti alle polemiche dell’Ottocento e alle posizioni che, in
quegli anni, erano meno colte, rifacendosi addirittura alla polemica illuministica sul
Medioevo, visto come un periodo di oscurantismo. Una questione ripresa poi, per
motivi politico-confessionali, soprattutto dal mondo laico dell’Ottocento, di
quell’anticlericalismo massonico che, individuando il Medioevo quale mero periodo
religioso, gli attribuiva quelle caratteristiche di oscurantismo e ignoranza che non sono
proprie del periodo. Bisogna tener presente che l’Età di Mezzo è un’epoca lunghissima
e, ovviamente, non esiste: come tutte i periodi storici è pura convenzione.
Però, nonostante ciò, è stato un tempo che, anche convenzionalmente inteso, sarebbe
durato un millennio.

C’è da dire che nel Medioevo è successo tutto il contrario di tutto: dinamiche vorticose
che sono state dimenticate dalla cultura generale, e un po’ sottovalutate dalla cultura
storica di medio livello, che si attarda su visioni di base che poi purtroppo vengono
trasmesse agli studenti. Quindi, anche attraverso la scuola, è rimasto il clichè molto
inadeguato di un Medioevo ‘oscuro’. Gli specialisti, ovviamente, sono del parere
diametralmente opposto: è stato un periodo ricco di innovazioni, interessi e curiosità.
Soltanto per fare un esempio ed esplicare al meglio il concetto: attaccato ad una visione
di questo Medioevo buio c’è l’idea di un’Età di Mezzo aliena dalla tecnica, quando
invece invenzioni e innovazioni tecniche erano all’ordine del giorno, anticipando, e
permettendo, la grande esplosione scientifica rinascimentale. Ma è difficile che queste
nozioni arrivino al pubblico perché il battage mediatico si forma su pessime basi
culturali e ripete questi luoghi comuni in modo ossessivo. Quindi non andiamo verso una progressiva percezione qualitativamente migliore del passato, ma ci avviamo in
direzione di una visione di massa sempre peggiore rispetto alla realtà storica del passato.

Questo è successo perché abbiamo totalmente sbagliato politica nell’espansione dei moduli culturali, espressi in modo sempre più semplicistico. Da quando è
partita l’Università di massa del Settanta abbiamo assistito ad una crescita esponenziale
di diplomati e laureandi e a una caduta parallela altrettanto forte della qualità di essi: noi abbiamo diffuso una cultura generalizzata fondata meramente sulla semplificazione.
Il risultato è che abbiamo oggi una popolazione in Italia dove la percentuale di
diplomati e laureati è alta, ma ci si avvicina rovinosamente ad un analfabetismo di
ritorno.

Perché spesso non c’è alcuna volontà nel voler approfondire l’argomento, dando per
assodato credenze spesso superficiali, o addirittura erronee, del periodo?
Perché esiste un’industria della cultura a buon mercato, spesso mediatica e online, che
rende solo in termini di scarso impegno.
Chi si vuole fare una cultura, predilige e studia materiali di basso livello che
comportano il proliferare di titoli di studio fasulli che creano un inquinamento di bassa
cultura che arriva fino alla scuola ed è diventato oggigiorno dilagante.
Ci vorrebbe una rifondazione dei nostri strumenti culturali.
Per ora continuiamo a procedere con un trend negativo, infittendo la trama della nostra
ignoranza di massa perché è un prodotto che fa mercato e quindi è redditizio.

Come vede il rapporto tra falsa informazione e rete?
Il problema non è se l’informazione sia buona oppure cattiva, perché, per essere
corretta, l’informazione dovrebbe semplicemente essere vagliata da persone competenti
che dovrebbero crearla da pura e massima onestà intellettuale, ma ciò non accade.
Non esiste un’informazione nei confronti della quale non ci siano degli interessi che
vengono attivati: quando si ha l’interesse nel falsare la verità si ha quindi come obiettivo il massimo di possibilità economica e tecnologica possibile.
Siamo bombardati da informazioni ma soprattutto, e purtroppo, da silenzi e
disinformazione, rimanendo all’oscuro di tutto ciò che accade realmente nel mondo.

Perché esistono così tanti pregiudizi sul Medioevo e perché sono così diffusi?
A partire dal Rinascimento, la storia si è organizzata come erudizione e visione del
mondo che doveva servire alla politica. Dopo di che è subentrato un periodo di totale
disinteresse per il passato, tra Seicento e Settecento. Si è poi sostituito l’incuranza per il passato con l’interesse per il ragionamento astratto, con l’Illuminismo, privilegiando
certe età e condannandone altre.
Questo modo di vedere le cose, molto ideale, è passato attraverso Ottocento e
Novecento arrivando fino a noi, diventando un vero e proprio luogo comune. Per
raddrizzare questo modo di vedere le cose ci vorrebbe un rinnovamento del sistema
scolastico, alla luce del principio fondante per il quale la storia è la ricostruzione del
passato e si studia con strumenti scientifici precisi: davanti a questo nuovo paradigma
siamo purtroppo ancora nella preistoria.

Quali pensa siano le pecche dell’istruzione contemporanea sulla spiegazione del
Medioevo, e di altri concetti spesso travisati, in classe?
Si continua malauguratamente a nascondere un falso moralismo progressista: ci
vorrebbe invece un Medioevo spiegato razionalmente, scientificamente e
progressivamente, esattamente con i valori che noi diamo a questi termini.
Il Medioevo non si può giudicare con gli strumenti di una antropologia approssimativa.
Gli uomini di un migliaio di anni fa, partendo dall’idea del Medioevo che si estende dal
V al XV secolo, ragionavano in termini diversi: bisognerebbe ricostruire i metodi di
questi pensatori per capire i valori che li precedono, comprendendo così le scelte che
allora si facevano.
Questo purtroppo non si fa, ma si spiega solamente un misero Medioevo fatto di eventi
stesi su una tavola di valori morali, che sono i nostri, e la conseguenza è la spiegazione
ridicola che noi osserviamo oggigiorno.
Spesso si giudica il passato sulla base di un pregiudizio, ovvero che ogni periodo è
preceduto da uno con minor perfezione di valori corretti e il risultato è aberrante.
Sarebbe necessario migliorare i moduli di insegnamento attuali, applicando l’uso di una
storia che parte da alcuni elementi di base unitamente a una condivisione di valori
socio-antropologici molto lontana da ciò che viene insegnato ora.
I ragazzi non hanno bisogno di un racconto simile della storia, ma necessitano piuttosto
di una partenza dal generale arrivando poi al particolare.
La storia non è progressiva, raccontare queste cose non è semplificare l’insegnamento,
ma spiegare qualcosa che non esiste.

Qual è l’importanza del conoscere la storia oggi?
La storia non è una scienza del passato, ma del futuro: essa serve a valutare il passato in funzione del presente per capire quale direzione può prendere la società.
Quindi lo studio dei modelli del passato serve a un continuo confronto con l’oggi, che
va fatto su valutazioni corrette e non emozionali e approssimative.
Per il momento, purtroppo, abbiamo un modello di insegnamento storico o sbagliato o
totalmente esaurito, passato di valore, che andrebbe sostituito.

Qual è l’importanza di conoscere il periodo storico chiamato Medioevo oggi?
L’importanza di conoscere il Medioevo dipende da due fattori: in primis se si vuol
capire il mondo che ci circonda, che ha gran parte radici medievali, e, in secondo luogo,
se si vuole decodificare gli esisti delle dinamiche storiche.
Studiando lo sviluppo medievale possiamo comprendere il mondo di oggi.
Si dovrebbe avere il coraggio di sostenere che la storia non è una scienza pura, ma
applicata, e serve a studiare il sistema di Governo e quindi di conseguenza è
particolarmente utile in un periodo storico come quello attuale.
Lo studio del passato dovrebbe servire a una liberazione delle coscienze, ma per ora non si attua purtroppo.

Secondo lei perché ai giorni nostri è così facile che una teoria falsa venga amplificata
e reputata quale veritiera da una grande mole di persone e in così poco tempo?
Perché passa attraverso un linguaggio semplificato, con la falsa convinzione che gli
uomini, nella loro struttura di fondo, non si evolvono, cercando quindi solo ed unicamente libertà individuale, comodità del vivere e facilità nei rapporti umani: ma gli
esseri umani non sono così, e non lo sono tutt’ora.
Non sono arrivati ad esempio ai concetti pacifisti che vengono millantati oggi, ma ci
troviamo in realtà in un periodo controverso che brama solo il guadagno e non la pace.
Noi diciamo di amare la pace ma non la pratichiamo e quelle che vengono promulgate
sono spesso e volentieri falsificazioni.
Siamo l’esatta negazione dei valori che predichiamo come importanti.

[La rubrica “La leggenda nera del Medioevo” è frutto dell’adattamento della tesi di laurea “La leggenda nera del Medioevo. Un viaggio tra retrograde falsificazioni e verità sorprendenti” di Chiara D’Incà e, in veste di relatore, la prof. Miriam Davide, nell’ambito del corso triennale in ‘Discipline Storiche e Filosofiche’ dell’Università degli Studi di Trieste]