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mercoledì, 10 Agosto 2022

A Basovizza si ricorda l’eredità irrisolta delle foibe

10.02.2021 – 15.35 – Che eredità ci ha lasciato la tragedia delle foibe? La risposta non è una sola, i modi per cercarla altrettanto. Di sicuro la memoria non potrà dirsi mai davvero comune e condivisa. Lo ha detto Roberto Dipiazza nel suo intervento: “Per quanto sia impossibile pretendere una memoria condivisa, il percorso di ricongiungimento va portato avanti. Non si tratta di chiedere perdono, quello va fatto semmai in ambito personale, ma di riconoscere quanto successo”. Massimiliano Fedriga invece ha chiesto che “le istituzioni italiane si scusino per tutti i decenni nei quali si sono girati dall’altra parte e per ‘realpolitik’ hanno sminuito, negato e tralasciato i drammi che la nostra gente e che le nostre famiglie hanno vissuto su queste terre”. La ricerca storica dopo il 1989 ha fatto passi in avanti e ricostruire gli eventi che hanno portato alle stragi del 1943 e 1945 e all’esodo da Istria e Dalmazia è molto complesso. È l’esplosione di tensioni etniche presenti nell’area fin dalla metà dell’Ottocento e accese dalla politica fascista, ma non solo. Interpretare quanto ricordato a Basovizza oggi solo come un regolamento di conti da parte della popolazione slava contro le oppressioni fasciste è una prospettiva riduttiva. Nelle foibe finirono non solo fascisti, ma anche tanti innocenti che si trovarono nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma la storia delle foibe è soprattutto una storia di guerra.

Con la Seconda guerra mondiale viene meno la separazione, tra obiettivi civili e militari: le stragi colpiscono anche popolazioni inermi e spesso sono usate come vero e proprio strumento di lotta nelle dinamiche belliche. La guerra sul fronte orientale in particolare si connota da subito (dall’attacco tedesco a Polonia e Unione Sovietica fino alla Shoah) come guerra di sterminio. La pulizia etnica comunista nei confronti della popolazione italiana sulla costa adriatica nord-orientale ripropone queste dinamiche e si configura come violenza di stato: è l’OZNA, la polizia politica, a metterla in atto con lo scopo di “depurare” (verbo che come altri all’epoca era usato intendendo una visione organica della nazione) la società dai nemici dello stato. Le forze jugoslave che hanno torturato e massacrato un numero imprecisato di persone (la maggioranza delle stime propende tra 8’000 e 10’000) sono le stesse che hanno fatto arretrare l’esercito tedesco dai Balcani e aiutato la loro espulsione da Trieste. Le prospettive possibili per una ricostruzione sono tante, bisogna provare ad usarle tutte insieme.

In tal senso, il mantenimento dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce da parte della Repubblica italiana assegnata a Tito va quantomeno spiegata, come hanno osservato lo stesso Dipiazza e Massimiliano Fedriga: “Oggi chiediamo una presa d’atto e l’abrogazione immediata della norma che ha reso possibile questo scandalo e questa offesa”. Oggi Italia, Slovenia e Croazia sono membri dell’Unione Europea in pace tra loro, Dipiazza ha fatto riferimento a un “percorso d’amore” non agevole ma da da perseguire, non può essere altrimenti: le versioni della storia di ciascuno dei tre stati, anche dei periodi più oscuri, ad oggi non possono non comunicare tra loro. Le parole più lungimiranti a tal proposito le ha pronunciate Paolo Sardos Albertini, presidente della Lega Nazionale: “L’onore oggi va dato non solo alle vittime italiane, ma anche a quelle croate e slovene” colpite tutte dalla brutalità del comunismo titino. “Il sentimento di pietà umana e cristiana – ha proseguito Sardos Albertini – dev’essere comune, anche in risposta a sedicenti storici che non riconoscono la tragedia delle foibe”.

[d.g]

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