La Germania, l’Italia e Trieste si preparano al dopo-Merkel. Intervista a Lorenzo Monfregola, esperto di geopolitica tedesca

09.02.2021 – 17.49 – Lorenzo Monfregola è un giornalista freelance, esperto di geopolitica tedesca e violenza politica, di base a Berlino. Scrive per vari magazine italiani e non, tra cui AspeniaIl TascabileEastwestIl Grand Continent e altri. L’abbiamo intervistato per capire come la locomotiva d’Europa si prepari al tramonto del lungo cancellierato di Angela Merkel, una transizione che avrà ricadute decisive non solo sulla Germania, ma anche sull’Italia e sulla sua città più integrata nel milieu germanofono e post-asburgico: Trieste.

Partiamo dai fondamentali: quali sono gli imperativi della geopolitica tedesca e quali tattiche può oggi impiegare per perseguirli?

Da un punto di vista prettamente territoriale, la Germania ha una barriera naturale solo verso sud, un accesso al mare complesso e affollato verso nord ed enormi spazi senza difese sia a est che a ovest. La sua strategia storica è proteggersi innanzitutto verso occidente e verso oriente. Questa strategia può essere perseguita in due modi: con un paranoico attacco in nome della propria difesa, del proprio allargamento o tramite solidi legami commerciali che garantiscano una pace perpetua con i vicini. La prima opzione ha segnato gli errori e i crimini tedeschi del Novecento. La seconda opzione ha dato vita all’Unione Europea (Ue), passando prima dall’asse franco-tedesco e giungendo fino all’allargamento del blocco verso est. Oggi però l’Ue è qualcosa di molto più complesso. Berlino, che deve preservare l’Unione per preservare se stessa, deve essere anche capace di guardare oltre l’asse ovest-est. Nel mondo della globalizzazione, del resto, la Germania ha sviluppato proiezioni transnazionali a getto molto lungo, che si muovono su tutte le rotte commerciali che permettano di esportare il made in Germany.

Lo scorso 16 gennaio Armin Laschet è stato eletto segretario della CDU. A una fedelissima merkeliana come la segretaria uscente Annegret Kramp-Karrenbauer succede un altro emulo di Angela Merkel. Possiamo interpretare l’ascesa di Laschet alla guida dei cristiano-democratici come una vittoria definitiva del merkelismo o tutto dipenderà comunque da chi sarà effettivamente il candidato Cancelliere della Cdu alle elezioni del del prossimo 26 settembre?

Per ora si tratta di una vittoria di Angela Merkel, che conferma di avere ancora presa sul partito. Se avesse vinto un candidato più di destra come Friedrich Merz, per Merkel sarebbe stata un’uscita di scena ingloriosa. Laschet è il candidato del nucleo dirigente del partito e del centrismo merkeliano. Questo significa che si porta dietro tutte le solidità ma anche tutte le contraddizioni del merkelismo. Se Laschet verrà anche candidato Cancelliere, significa che il post-merkelismo si svilupperà con tutta la cautela possibile. Se invece saranno altri i candidati, come ad esempio il ministro presidente della Baviera Markus Söder (Csu), il cambiamento sarà più accelerato e ci saranno più punti di rottura. Quindi sarà la candidatura alla Cancelleria di Cdu/Csu a essere il momento davvero decisivo.

Oggi i sondaggi non sembrano lasciare molto spazio ai dubbi: il prossimo esecutivo sarà probabilmente sostenuto da una maggioranza composta dai cristiano-democratici, la Cdu/Csu, e dai Verdi, i Grünen. Che ricadute avrebbe sull’Ue un governo Schwarz-Grün (Nero-Verde)? Come cambierebbe la politica estera tedesca?

I sondaggi dicono che anche l’élite dei top manager tedeschi vogliono uno Schwarz-Grün. La grande industria vuole ancora una leadership cristiano-democratica, ma è certa che questo sia il momento di assorbire i Verdi nelle responsabilità di governo. Tenere l’ambientalismo all’opposizione è oggi considerato geo-economicamente sbagliato. Per l’Ue un esecutivo Nero-Verde è sicuramente meglio di un esecutivo più di destra, come sarebbe ad esempio una coalizione tra Cdu/Csu e Fdp, i liberali democratici di Christian Lindner.

I Grünen sono tradizionalmente europeisti, sono molto aperti a una maggiore integrazione finanziaria, quindi anche a idee come gli Eurobond, le obbligazioni emesse a livello comunitario. Non sognano un ritorno veloce alla politica del rigore. I Verdi sono anche molto legati all’asse franco-tedesco, anche se ormai più culturalmente che tatticamente. Certo i Grünen, se andranno al governo, avranno anche molte contraddizioni da risolvere in politica estera. Esprimono, inoltre, una famiglia politica molto euro-nordica che in verità non sa dialogare agilmente con il Mediterraneo, come invece sanno fare i democratici, la Spd,. Ma una partecipazione verde al prossimo esecutivo è comunque una forte garanzia per l’ancoraggio di Berlino all’UE.

Dopo il tentato avvelenamento di Aleksej Naval’nyj, il principale oppositore oggi di Vladimir Putin, sono aumentate le pressioni su Berlino per spingerla a rinunciare al Nord Stream 2 (Ns2), il gasdotto baltico che pomperebbe energia direttamente dalla Russia alla Germania, aggirando l’Europa di mezzo, tradizionalmente russofoba (e, in modo latente, spesso germanofoba). Berlino può davvero abbandonare questo progetto? 

In Germania sul tema ci sono al momento due fronti: contrari al Ns2 abbiamo alcuni settori neo-atlantisti dei vari partiti e, nella sua interezza, proprio il partito dei Verdi. A favore, c’è però un ampio mondo trasversale alla politica e gran parte del mondo economico-industriale. La Bundesverband der Deutschen Industrie (Bdi), la Confindustria tedesca, si è espressa molto duramente contro le sanzioni che gli Usa hanno imposto a causa della costruzione del Ns2.

Credo che Berlino cercherà di salvaguardare ancora l’infrastruttura, al massimo congelando il dossier. Ma la pressione sta aumentando, come dimostrano le nuove critiche francesi contro il gasdotto. Se anche Parigi dovesse schierarsi con costanza e decisione contro il Ns2, ovvero non solo a parole, allora le cose cambieranno. Se mai il progetto venisse annullato, sarebbe comunque un passaggio dalle conseguenze cruciali. La Germania conta molto sull’approvvigionamento energetico a basso costo della Russia, soprattutto ora che ha deciso di accelerare la propria rinuncia al carbone. Il gas russo arriva anche via Europa centro-orientale ed è quindi ovvio che il Ns2 sia un percorso di emergenza nell’eventualità che i gasdotti via terra abbiano dei problemi. Quindi da un lato Berlino persegue il proprio assoluto interesse economico, dall’altro questo interesse ha inevitabilmente delle conseguenze geopolitiche su altri paesi. Questo è chiarissimo, i tedeschi non potranno negarlo per sempre. Ma c’è di più: il Ns2 è anche parte di una Ostpolitik che per Berlino resta irrinunciabile, seppure nei limiti imposti dall’appartenenza alla NATO. Avere anche rapporti commerciali stabili e strutturati con Mosca è il modo con cui la Germania vuole proteggersi fino in fondo verso est. Evitare il conflitto con la Russia è un dogma della pace tedesca. Persino Karl Haushofer, che ispirò la stessa geopolitica del nazismo, credeva che Berlino dovesse comunque sempre convivere con il grande Orso russo. Certo poi, nella sua attualità, tutto lo scenario dipende anche sempre da come (e da chi) viene governata la Russia: in questi giorni, proprio a partire dal caso Naval’nyj e con le crescenti proteste di piazza, Putin è in difficoltà.

Parlando degli Usa: ti attendi un riavvicinamento tra Berlino e Washington dopo l’insediamento di Biden o ritieni la faglia strutturale e destinata probabilmente ad allargarsi?

Il riavvicinamente praticamente c’è già stato, per il semplice fatto che i due paesi si stanno di nuovo parlando in modo normale. É difficile spiegare l’asprezza dei toni (non) diplomatici raggiunti tra Germania e Usa durante la presidenza Trump, ad esempio quando all’Ambasciata Usa a Berlino c’era l’ultra-trumpiano Richard Grenell. Detto questo, si sa che ci sono dossier transatlantici che sono molto difficili a prescindere. Esistevano già prima di Trump e continueranno a restare sul tavolo. Abbiamo appena citato la Russia, poi c’è ovviamente la Cina. Quello che è certo è che non si potrà tornare ai tempi in cui la Germania era semplicemente la prima della classe della pax americana. Anche Biden dovrà continuare con un certo nazionalismo economico e con numerosi piani di reshoring industriale: misure che non aiutano la classica politica del surplus commerciale tedesco. Del resto, Biden sembra aver anche già deciso di voler dialogare più con Parigi che con Berlino. Da un punto di vista diplomatico, ci sarà però innanzitutto un primo contenimento della faglia strutturale Usa-Germania citata nella domanda. Si tenterà ad esempio di collaborare il più possibile sul tema dell’ambiente e del Green New Deal, un canale che sarà comunque sempre più carico di conseguenze geopolitiche, perché significa anche andare a ricreare nuovi standard di import-export. Quello che è certo è che la Germania non può ancora rinunciare al suo atlantismo: anche la sua proiezione commerciale globale è pur sempre vincolata a rotte marittime protette e controllate dalla Marina americana.

Come si muove Berlino nei confronti del progetto cinese delle nuove vie della seta e, più in generale, come intende relazionarsi con la Cina? 

Come abbiamo spiegato, il mondo ideale per l’attuale strategia tedesca sarebbe un grande mercato libero in cui si possa esportare e avere relazioni commerciali con chiunque convenga. Questo era il sogno della globalizzazione in cui i tedeschi hanno scommesso dopo la Riunificazione (1990). Ovviamente, le cose non sono più così facili e quindi Berlino ha sulla Cina un approccio simile a quello che ha con Mosca: cercare di fare affari senza entrare in contrasto irreparabile con Washington e senza restare schiacciata nello scontro Usa-Cina. Un gioco sempre più complesso, che Merkel sapeva e sa fare con inimitabile maestria, ma che non si sa come verrà fatto dopo la Kanzlerin. Nel 2019 la Germania ha esportato in Cina per quasi 100 miliardi di euro. Con un interscambio complessivo di import-export di 209 miliardi di euro, la Cina è stata per il quarto anno consecutivo il primo partner commerciale della Germania. Tuttavia, se un tempo Pechino era complementare allo sforzo dell’export tedesco, ora è anche competitiva sull’alta tecnologia, quindi l’industria tedesca ha comunque bisogno di strutturare i rapporti. L’insistenza di Berlino nel firmare il Comprehensive Agreement on Investment (Cai), il macro-accordo commerciale tra Ue e Cina, è stata emblematica anche in questo senso. In ottica tedesca, il Cai è sia un accordo per lo sviluppo delle relazioni commerciali sia un modo con cui Berlino cerca di impedire a Pechino di penetrare troppo liberamente e disordinatamente in economie europee più piccole, come quelle dei paesi dell’Europa centro-orientale, riunite nel format 17+1.

In questo contesto come si inserirebbe l’eventuale varo di una strategia Ue sulla portualità elaborata dalla Germania, un progetto auspicato, tra gli altri, da Zeno d’Agostino, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale?

Una strategia di portualità a livello comunitario può essere ipotizzata come parte integrante di una più ampia strategia che si agganci alla volontà di Berlino di definire e disciplinare le relazioni con la Cina. Allargare territorialmente all’Ue il proprio spazio di scambio con la Cina è una soluzione ottimale per la Germania, perché permette proprio di commerciare senza però trovarsi Pechino ai confini di casa.

Il Recovery Fund può essere visto come un punto di svolta nella relazione italo-tedesca? 

Sicuramente era un punto di svolta e un grande successo fino a quest’estate. Se la crisi del Covid fosse stata contenuta alla prima ondata, il Recovery Fund sarebbe potuto essere davvero un momento hamiltoniano. Purtroppo l’Europa è poi sprofondata nella seconda ondata e ora si contorce nella lentezza della campagna vaccinale. Le crisi sono un incentivo alla ripartenza quando sono corte. Quando sono lunghe, invece, sfibrano gli equilibri. La domanda ad esempio è se il Recovery Fund  sarà sufficiente per far ripartire le economie più in sofferenza. Con una crisi più corta lo sarebbe stato ampiamente e non si sarebbe dovuto porre così velocemente l’interrogativo su cosa sia davvero il Recovery Fund per la Germania: è un nuovo strumento strutturale dell’UE o è stato una mossa emergenziale una tantum?

L’Italia potrebbe giocare una funzione importante nell’Ue post-merkeliana?

Difficile rispondere. A Roma al momento si sta cercando nuovamente di formare un altro governo. Ognuna delle parti politiche italiane rivendica le proprie ragioni, ma questa crisi da Berlino è vista con una certa sorpresa, nonostante si sia abituati alla fragilità storica degli esecutivi italiani. Non si tratta nemmeno della crisi, ma del fatto che non ci sia alcuna certezza che un nuovo governo possa garantire una maggiore stabilità o una migliore gestione del dossier Recovery Fund .

Dopo la recente entrata della compagnia amburghese Hhla nella Piattaforma logistica di Trieste si è titolato “I tedeschi sbarcano a Trieste”. È così? Che ruolo può giocare il porto giuliano nella strategia geo-economica tedesca?

C’è stata sorpresa per la mossa di Hhla. Se uno guarda la cartina dell’Europa e guarda dove sta Trieste, però, sarebbe in realtà stato sorprendente se nessuna compagnia tedesca avesse fatto un passo del genere. Torniamo a quanto descritto prima: l’integrazione del territorio europeo nella strategia tedesca con Pechino (e non solo). Trieste non è solo un porto franco, ma uno dei porti più europei che ci siano. Contando la funzionalità della sua rete ferroviaria e il fatto che da lì passano quasi la metà del petrolio diretto in Germania e la quasi totalità di quello per l’Austria, è chiaro quanto Trieste sia cruciale per la Mitteleuropa. Non possiamo certo guardare a una compagnia tedesca come a una compagnia cinese in quanto a diretta emanazione del governo. Ma il fatto che Hhla sia a larga maggioranza proprietà della città-stato di Amburgo è ovviamente più che emblematico.

Amburgo ha fatto anche una sua scelta molto precisa per se stessa. Mentre Trieste ha un pescaggio naturale unico, Amburgo è un porto fluviale che l’accelerazione dei cambiamenti climatici renderà sempre più complesso da raggiungere. Per Amburgo, investire su Trieste significa anche contenere e sfruttare al meglio uno scenario futuro in cui il porto tedesco potrà essere ridimensionato. Si tratta di una gestione molto lungimirante per un’azienda a maggioranza pubblica. Sopra, dicevamo che se la Germania vuole restare nella sua dimensione europea dovrà ormai guardare anche a sud: quello di Trieste è un esempio chiaro. Ovviamente l’operazione è stata facilitata dal fatto che il porto giuliano si trovi all’interno di un territorio un tempo asburgico, dove esiste tutto un legame storico con la Mitteleuropa e l’integrazione nella filiera produttiva tedesca, soprattutto in Baviera e Baden Württemberg. Quindi sì, fermo restando che Trieste non è il Pireo e mantiene notoriamente il suo controllo autonomo su se stessa, i tedeschi sono effettivamente sbarcati. Ma questo è reso possibile dall’esistenza dell’Ue e va mantenuto in un quadro comunitario, in cui Trieste potrà sicuramente sfruttare al massimo l’occasione. L’alternativa sarebbe stata una presenza più diretta della Cina, con tutto quello che ne consegue sul piano geopolitica. L’opzione rimasta fuori è invece quella di un investimento più importante su Trieste da parte di una compagnia italiana. Ma questo non è un problema della Germania: è un problema della politica industriale dell’Italia.

[s.b] [foto: Copyright Michael Sohn/AP Photo, Pool]